lunedì 25 maggio 2015

Le Avventure di Fuchiko #2: Keiyaki beer festival

In Giappone hanno appena scoperto l'acqua calda la birra artigianale.

Basta Asahi, Sapporo, Kirin e via dicendo, basta fare birra con talmente poco malto che non si può nemmeno chiamare birra: il consumo birraio giapponese sta cambiando. Si vedono sempre più craft beer bar e brew bar, i microbirrifici nascono come funghi e birre "speciali", giapponesi o d'importazione, si trovano in quasi tutti i supermercati.

I giapponesi non hanno mai nascosto la loro passione per l'alcol, anzi: qui uscire con i colleghi o i clienti per un drink è considerato business, e l'ubriachezza non è considerata un tabù. Indipercui, in questo ambiente così accogliente per l'afrodisiaca bevanda non poteva non arrivare la moda delle birre fiche, e in estate i festival di birra artigianale e non, economici e non, simil-Oktoberfest e non, si sprecano.

Venerdì io e Fuchiko siamo andate al Keyaki biru matsuri, un festival di birra artigianale principalmente giapponese in quel di Saitama. E' la seconda volta che ci vado, ma l'anno scorso non ho potuto godermi la birra più di tanto perché ci sono andata di domenica ed era così pieno che non ci si poteva muovere e ho dovuto stendere il telo a chilometri dal festival.

Ma quest'anno le cose sono diverse: il mio contratto freelance mi permette di scambiare un giorno lavorativo con uno di vacanza e bam! Ecco libero il venerdì. Thug life.
Ed è una goduuuuria. Ce la prendiamo con calma e arriviamo sul posto alle 3 del pomeriggio, e non solo riusciamo a vedere il pavimento, ma possiamo anche deambulare liberamente e - udite udite - scegliere un posto in cui stendere il telo! Le code agli stand della birra sono inesistenti e Fuchiko opta subito per il birrificio della prefettura di Nagano, Shiga Kogen.



Qui sono molto popolari i 飲み比べセット (nomikurabe setto), ovvero i "set per bere e comparare". Ti danno quattro delle loro birre così tu puoi assaggiare un po' di tutto. Shiga Kogen offriva una IPA, una pale ale, una weizen e una scura. Diciamo che questi set si addicono a chi è nuovo nel mondo delle birre ma io dopo un po' ho optato per i bicchieri singoli.



Il posto è molto fico, zona urbana vicino alla Saitama Super arena.

No code, yes party!


Ogni stand offre un certo numero di birre, talvolta in edizione limitata, e degli snack particolari. C'è chi cucina salsicce, chi frigge pollo, chi affumica ostriche e chi griglia patate, tutto sembra buonissimo e io, come al solito, non so mai cosa prendere.



L'unica cosa di cui non mi è ben chiara la ragione in tutto questo, e ciò vale anche per l'edizione dell'anno scorso, è il fatto che a questo festival partecipino un sacco di famiglie. Famiglie con bambini piccoli, diciamo da 1 a 8 anni. Vi immaginate portare vostro figlio all'Oktoberfest? Capisco una sagra di paese, ma un evento incentrato sull'alcol? Sarebbe etico da noi? Come verrebbero viste queste giovani coppiette che si portano dietro la prole quando vanno... a bere?
Ok, c'è da dire che da noi sarebbe probabilmente molto più pericoloso, in fondo non si sa mai di che cosa è capace la gente ubriaca, risse, bicchieri rotti, eccetera. Qui anche se uno è ubriaco, il massimo che fa è addormentartisi addosso. Quindi il problema sicurezza è pressoché inesistente.
Io però continuo a non capire, che sia perché qui non vanno di moda le babysitter? O che magari, essendo ugualmente sicure e civili, non fanno grande distinzione tra la sagra del cetriolo fritto e la festa della birra e vedono tutto come un'occasione per divertirsi e stare in famiglia? Qualunque sia la ragione, il mio verdetto rimane invariato: non credo dovrebbero essere permessi marmocchi in un festival dove il tema principale è bere.

Il massimo dell'ubriachezza molesta in Giappone


Quando si fa sera la situazione comincia a scaldarsi, il posto si riempie di salarymen usciti di fretta dal lavoro per infilare un tavolino da campo negli spazi ancora liberi tra i teli della gente, e la situazione agli stand della birra comincia a farsi un po' più accalcata, ma niente di insopportabile. Se c'è una cosa che apprezzo di questo paese è che i giapponesi sono capaci di divertirsi come matti, senza dare fastidio a nessuno.

Anche quando portano dei bambini al festival della birra.

Qui potete ammirare il nostro telo in zona VIP con tavolino rosa, la riunione di famiglia sullo sfondo e i salarymen appena arrivati sulla destra

P.S.: andate a vedervi il link che ho messo all'inizio del post sull'Happoshu, è molto interessante.

mercoledì 20 maggio 2015

Stila@the Punk Bar #1: Never Mind Saper Spinare la Birra

Sto battendo i denti nelle viuzze ancora deserte di Golden Gai. L'uomo che aspetto è in ritardo.

Agosto 2010.
Non ricordo quale notte, ma una delle ultime. Era qualcosa come le 5 di mattina e quelle che erano state bambole dall'aspetto perfetto la sera prima stavano trascinando i loro tacchi rotti verso la stazione, con il trucco colante e i finti boccoli sgonfi. Non so come ci sia finita, ma non avevo idea di dove mi trovassi: gli edifici minuscoli e sgangherati, i cartelli in inglese ridicolo e le porte colorate, i tubi arrugginiti e le insegne spente, tutto deserto. Alla fine di un vicoletto buio mi ricordo che c'era un poster dei Sex Pistols, Never Mind the Bollocks, sulla porta di un bar.

Febbraio 2013.
Aspetto impaziente appoggiata alla porta del bar, guardando a destra e a sinistra a intervalli regolari perché non so da che parte arriverà. Avevo paura di perdermi a venire qui, quindi sono partita in super anticipo, e infatti mi sono persa un paio di volte prima di arrivare. Continuo a distrarmi e il mio sguardo cade sulle insegne ancora spente, sulle porte stilose, sui condotti di ventilazione appesi ai muri, sulle finestrelle minuscole.
L'Uomo Con La Cresta sbuca da dietro l'angolo. E' inconfondibile con la sua corporatura massiccia e il passo pesante, il giubbotto di pelle, i jeans cascanti e le all star consumate. Mi saluta, apre il bar e mi fa strada. Prima di entrare lancio un'occhiata distratta al poster scolorito dei Sex Pistols.

Non ho mai lavorato in un bar, né in Italia né in Giappone né da alcun'altra parte. Lui mi mostra come pulire il pavimento e il bagno e io mi metto al lavoro metre lui traffica con il computer. Sussulto quando parte della musica OI! a palla. Mi mostra come pulire il bancone, dove mettere il cartello, come contare i soldi (io no matematica, aiuto) e varie altre cose. Siamo pronti ad aprire. Lui alza il volume e si siede al bancone. E' ufficialmente iniziato il mio primo giorno da barista.

Arriva il primo cliente. Irasshaimase. Costui è colui che d'ora in poi chiamerò affettuosamente il mio salaryman e che, essendo un habitué, si è prestato come cliente-tutorial. Risponde al nome di Inoue.

Lezione numero uno: Inoue-san beve sempre e comunque Zubrowka on the rocks.



Peccato che io non abbia idea di che cosa sia. Ah, è una vodka. Con un filo d'erba dentro. Ok. Tenga signor Inoue-san, le ho versato la Zub-cosa.

Lezione numero due: nel nostro bar i clienti possono fare richieste musicali.
Dopo aver servito da bere chiedi al cliente se vuole ascoltare qualcosa in particolare e dagli la lista dei gruppi.
L'Uomo Con la Cresta incita Inoue-san a guardare la lista e richiedere qualcosa. Lui ride e la prende in mano (in seguito scopro che i clienti abituali non guardano la lista, perché noi sappiamo già che gruppi ascoltano. I gruppi preferiti di Inoue-san sono Ramones, Buzzcocks e Bloodthirsty Butchers).
Questa volta non c'è nessun problema, penso io. La musica è il mio forte. Non ti deluderò Uomo Con la Cresta.
Mio salaryman: "Mmm... ok, allora mettimi *@##@\"
Io: "(・:゚д゚:・) ahem, come prego?"
Mio salaryman: "Ho detto Kr***shu"
Io: "(@_@)"
Uomo Con la Cresta: "Ha detto KURASSHU"
Io: "Ah, ok. Kurasshu. Sì, subito. Sarà una punk band giapponese, immagino. Ora li cerco. Kurasshu, Kurasshu, Kurassh... aspetta un attimo. Kura... Cra... Cla...

...Mi scusi ma intendeva forse i Clash?

Mio salaryman+Uomo Con la Cresta: "Sì!!"

*stonk* Stila cade a terra.

Da questo momento in poi imparo che ogni volta che un giapponese richiederà un gruppo straniero, dovrò fare la conversione Katakana-Inglese per capire che cosa vuole ascoltare. Qui sotto un piccolo estratto dal vocabolario Treccani Punk di Stila:

Kurasshu → Clash
Sekkusu Pisutorusu → Sex Pistols
Ramonzu → Ramones
Dabiddo Boui → David Bowie
Suuji → Siouxie (and the banshees)

Mentre comincio a prendere appunti per la futura creazione del Treccani, un altro cliente fa la sua apparizione e ordina una birra.

Lezione numero tre: come si spina la birra
Ok, qui so già che i vari mastri birrai che sono tra i miei spettatori mi prenderanno immensamente per il culo, ma all'inizio non ero assolutamente capace di spinare la birra. La mia prima esperienza è andata più o meno così:
"Inclina il bicchiere in questo modo e poi raddrizzalo lentamente mentre spini, in questo modo non esce troppa schiuma". Ok capito. Ora prova tu. Ok nessun problema.

*Stila prova a spinare la birra*

Fatto. E' tutta schiuma signor Uomo Con La Cresta.
Dopo il quinto tentativo capisco che la spina non mi riconosce ancora come leader, mi giro a guardarlo e dico scusa, ti sto facendo fuori tutta la birra, ma lui ride e si allunga per spinarla lui. Che cosa faccio con la birra venuta male? Bevila se vuoi, mi dice, sempre ridendo. Anche il al cliente assetato sfugge un ghigno.
Vabé, almeno il fattore intrattenimento c'è.

Lezione numero quattro: scrivi quello che i clienti ordinano e il relativo prezzo sul blocchetto. Per contare i drink si usa un sistema a gruppi di 5 simile al nostro dove si fanno quattro righe verticali e una orizzontale, come quando si contano i giorni in prigione. In Giappone però invece delle linee si disegna un tratto di questo kanji: 正

Dopo un altro paio di birre e 15 bicchieri di schiuma, il secondo cliente mi saluta. Gli faccio il conto (io no contare yen, aiuto) e il resto della serata passa relativamente tranquillo, imparando come fare gin&tonic (va beh, a questo ci arrivavo anche da sola), highball e altre cose. Riesco perfino a fare conversazione con qualche cliente, anche se il mio livello di giapponese non è ancora abbastanza alto per capire che cosa sta dicendo uno mezzo ubriaco sopra ai Dead Kennedys a volume 81. Ma c'è tempo. A mezzanotte l'Uomo Con la Cresta mi dà il cambio. Per oggi hai imparato abbastanza, ci vediamo questo sabato.

Ero in Giappone da un mese. 
Lui è Thor, e io lavoro all'Hair Of The Dogs di Golden Gai.


martedì 12 maggio 2015

Il Trip dello Zangyo

Basta poster e Miteru-chan per un po', oggi voglio condividere con voi qualche piccolo episodio scioccante della mia vita lavorativa.

Premessa: non so quanti di voi lo sappiano, ma io al momento lavoro in una compagnia giapponese. Grande compagnia nel campo dell'elettronica, palazzone di metallo e vetro di 20 piani ecc. Lavoro in un team composto per metà da traduttori madrelingua e per metà da giapponesi, che collabora con un team di programmatori tutti giappi.

Premessa2: non so quanti di voi lo sappiano, ma in Giappone c'è una cultura del lavoro un po' diversa dalla nostra: tradizionalmente, se fai la vita del salaryman l'azienda in cui entri appena finita l'università è l'azienda in cui lavorerai per tutta la vita; farai la gavetta e avanzerai lentamente di promozione in promozione, fino a (forse) diventare dirigente, quando avrai tipo 50/60 anni, per poi essere gettato via e dimenticato quando andrai in pensione. Ora, c'è da dire che questa realtà sta cambiando, i giovani non hanno più molta voglia di sbattersi per niente, vogliono fare esperienze, si sposano di meno, a volte vanno a vivere all'estero per un po'... insomma le cose si stanno muovendo. Resta comunque il fatto che sono in molti a fare questa vita, seguendo un copione scritto da qualcun altro in cui l'azienda è la loro casa e la loro vita e il resto sono solo frivolezze che non contano.
In questo contesto lavorativo, fare gli straordinari (in giapponese zangyou-残業) va molto di moda. Diciamo che in altri stati se fai il tuo lavoro bene e finisci in orario o anche prima, vieni premiato; qui vieni premiato se lavori il più possibile, senza necessariamente essere produttivo. L'importante è mostrare fedeltà all'Azienda.
Ma se questa è una cosa tipicamente giapponese, che cosa succede ad un gaijin (straniero) che entra in un'azienda giappa? Beh, dipende dall'azienda. Conosco persone che fanno esattamente la vita del salaryman e persone che no. In molti casi credo si possa dire che sta un po' al suddetto gaijin costruirsi un'immagine. Voglio dire che se dal primo giorno che lavori rimani più del dovuto, i tuoi datori di lavoro si aspetteranno che tu lo faccia sempre. Invece se fai il tuo lavoro bene e esci all'ora giusta, di solito lo accettano come il tuo metodo di lavorare e morta lì. Certo, forse legherai un po' di meno con i colleghi, che andranno a bere una sera sì e una no quando escono dal lavoro alle 10 pasate, ma in fondo chi se ne importa, almeno tu hai ancora una vita sociale e un fegato.
Per me vale quest'ultima opzione: intanto non sono una shain (社員), cioè una dipendente diretta dell'azienda, ma lavoro per una kyouryokugaisha (協力会社), praticamente in subappalto. E da un mese ho pure un contratto freelance, quindi non sono shain nemmeno di quest'ultima azienda. E il contratto conta, è come un anello di fidanzamento con l'azienda. Nel mio caso è più come se ci andassi a letto ogni tanto, ma niente di serio. Tutto questo significa che, a differenza dei dipendenti veri e propri non sono tenuta a giurare fedeltà e amore eterno alla compagnia, ma solo a lavorarci. Poi se voglio fare straordinari non me lo impedisce nessuno eh, ma diciamo che da me non se l'aspettano.

Alla faccia della premessa. Ma mi serviva questa piccola introduzione per potervi meglio servire i seguenti mini-episodi tratti da mia personale vita che ogni tanto mi bloccano la crescita.

Episodio 1: Ogni tanto, forse un paio di volte al mese, alle 5 fanno passare un annuncio sugli altoparlanti, con una vocina carina carina che ci informa che quel giorno è il "no zangyo day", e cioè il "giorno del non-straordinario", e invita tutti a tornare a casa all'ora giusta. La prima volta che l'ho sentita ho chiesto alla mia collega se tutti sarebbero tornati a casa presto quel giorno, e lei mi ha riso in faccia. Una risata alla Voldemort.

Episodio 2: L'altro giorno, durante la solita riunione mattutina (inutilerrima tra l'altro), uno degli shain ha pronunciato la seguente frase: "oggi a causa di un'impegno sarò costretto ad uscire in anticipo alle 5 e mezza, scusate". Alché un altro shain ha commentato: "beh, veramente non è in anticipo, è l'ora giusta". Risatine nervose.

Episodio 3: Questo lunedì, durante l'assemblea generale (più utile ma noiooooosa), uno dei manager ha annunciato che sono state modificate alcune regole riguardo agli straordinari e ce le ha spiegate. Il primo punto era che sostanzialmente non si dovrebbe rimanere in azienda fin dopo le 10 di sera: a quest'affermazione è seguito un coro di sbuffi e brontolii, come a dire "ma che rompipalle questo". Qualcuno aveva anche un'espressione lievemente sconvolta.

Penso che certi giapponesi siano drogati di zangyo. Lo fanno anche se non ce n'è bisogno, anche se gli viene detto di non farlo, anche se hanno moglie e figli che non vedono mai. Lo stato ha fatto delle leggi, ma per ora sono solo superficiali e ci vorrà un po' perché la gente si disabitui a questo stile di non-vita. A volte penso che in qualche modo le cose stiano andando meglio di quello che sembra, in fondo si cominciano a vedere miriadi di giacche e cravatte riversarsi nei treni già dalle 5 del pomeriggio, il che mi fa pensare che in fondo in fondo tutti stacanovisti non siano, a partire da alcuni dei miei colleghi che alle 6 si volatilizzano. Ma poi leggo le email della mia collega del giorno prima e sono scritte alle 23:29, e vedo uno dei programmatori che è venuto a lavorare il giorno dopo che è nato suo figlio, e il responsabile del mio team che dopo essere usciti a bere si è fermato a dormire in azienda perché non aveva cazzi di tornare a casa, e penso: che bello essere gaijin.

I giapponesi e il lavoro: no one can live while the other survives.